
riascoltavo l'altro giorno tale lavoro che mi ha provocato 40 minuti di trance. se ci deve essere un simbolo dell'ultravoid musicale d'antan propongo di eleggere "seventeen seconds" a disco-campione. già la copertina, col suo bagliore nella nebbia, bianca come il vuoto, la dice lunga. poi quelle ritmiche scheletriche, quella chitarrina sferragliante, la voce lontana...
come ho fatto ad accorgermene solo ora? un attimo prima dei barocchismi à la "faith", "pornography" et simila (tacendo del resto) e un attimo dopo le dolci incertezze di "3 immaginary boys" questa è la pietra filosofale dei cure, la perfetta incarnazione di quello che volevano rappresentare e, cosa più importante, l'essenza stessa del loro suono. senza storie!
