giovedì 19 marzo 2009

Anima Latina


Lucio Battisti
Anima Latina (Numero Uno, 1974)
(n.b. questa recensione appare sul numero di fabbraio delle fanzine contrAppunti del CSPI)

Spesso si è portati a pensare al Lucio Battisti 'progressivo' come a quello di 'Amore e non amore' (1970, vi suona la PFM meno Pagani). Nulla di più sbagliato. 'Amore e non amore' è solo il primo passo del cammino di Lucio in direzione progressiva. Un cammino che continuerà coi successivi capolavori 'Umanamente uomo: il sogno' (1971), 'Il mio canto libero' (1972), 'Il nostro caro angelo' (1973) e che culminerà nell'album del 1974, 'Anima latina', il miglior disco di Battisti nonché uno dei più alti esempi di musica progressiva, non solo italiana.

Da un certo punto di vista, alla luce degli album precedenti, il percorso che portò Battisti a concepire un' opera del genere è abbastanza comprensibile. I semi progressivi sparsi qua e là erano ben visibili nei quattro album che lo anticiparono. Quello che non si riesce a capire è come ad un certo punto la sua fervida mente abbia potuto prendere il volo, fare un balzo così enorme in avanti e concepire un disco come questo, anni luce nel futuro, per il quale forse il tempo giusto deve ancor'oggi venire tanto è originale ed unico.

La prima scelta particolare di Battisti è quanto mai coraggiosa: affossare in fase di mixaggio la voce tanto da farla sembrare immersa in un mare gelatinoso ove a stento riesce ad emergere. E se si pensa a quanta importanza negli anni precedenti ebbe la sua voce, pensare ad un disco dove questa c'è ma non c'è fa meritare una statua al fautore di questa idea solo per il coraggio (Pensate ad un cantautore che ai nostri tempi va per la maggiore, chessò, un Tiziano Ferro, che mette in atto una scelta del genere...immaginate lo scandalo e il suicidio commericiale?)
Poi la musica: L'iniziale 'Abbracciala, abbracciali, abbracciati' è un caleidoscopio di quasi 8 minuti ove annegare, persi tra magnifiche tastiere e fiati in gran spolvero che introducono e accompagno la voce (o ciò che ne resta) abbandonandola poi in una brillante cavalcata. Verso la fine del pezzo una magnifica apertura a tempo dimezzato lascia spazio alla ripresa del tema iniziale e ad una coda iridescente e che introduce 'Due mondi', forse il pezzo più vicino ai dischi precedenti. Una semplice canzone quindi? Macchè! Moog distorto, ancora fiati, percussioni latine ma mai così progressive e un grandioso arrangiamento di chitarre acustiche e mandolini. Battisti qui duetta con Mara Cubeddu (Daniel santacruz ensemble) che canta quasi al limite della stonatura ma in una maniera così particolare da lasciare ammaliati.
Con 'Anonimo' ritorna la calma, il moog apre scenari che troveranno fortuna in certa italo disco della seconda metà degli anni 70. Ma qui non c'è disco (quella verrà con il disco successivo di Lucio, 'La batteria, il contrabasso, etc..'), qui, dopo la parte vocale, c'è un flauto da brividi su un arioso e geniale ritmo dispari (e che dispari! provate a contarlo); poi stacchi, parti acustiche, una strofa un pò allucinata mentre il flauto continua a genialmente a dipingere, il ritmo si fa più sostenuto e il tutto culmina in una ripresa 'bandistica' del tema principale de 'I giardini di marzo'. Un pezzo che da solo vale tutto il disco.
Senza pause ecco poi 'Gli uomini celesti' e la ripresa della stessa. Dolcemente acustica ed elettronica la prima parte, scalmanata la seconda, con una frase solo vocale destinata a stamparsi irrimediabilmente nella memoria.
Come un album concept ecco infine anche la ripresa di 'Due mondi' con piano e voce a concludere degnamente la prima parte dell'album.
Nella seconda facciata il clima è ancora più avanguardistico e surreale e 'Anima latina' (il pezzo) non fa che confermare questa impressione. Dopo una prima sezione vicina a certo jazz-rock comincia il canto...Povero Mogol, quanto deve avere sofferto sentendo le sue parole scritte col sangue gettate ad annegare nella musica senza che se ne capisca il significato...La cosa pazzesca è che il tutto funziona alla grande e ciò che si sente è proprio quello che si deve sentire, ne più ne meno!
(Nota a margine: Con tutto il rispetto pensare che questi suoni siano stati partoriti lo stesso anno di un 'Biglietto per l'inferno', tanto per fare un esempio ci fa chiedere se Battisti avesse il calendario aperto al 1974 o al 2024).
Con 'Il salame' siamo addirittura dalle parti della Tonto's Expanding Head Band (che influenzerà non poco anche il 'M.lle le gladiateur' Battiatesco del 1975). Momenti sospesi, nastri al contrario e il bellissimo flauto a ricamare. Il tutto sfocia nell'ironica parte finale che introduce 'La nuova America' dove i fiati rifanno la loro comparsa su una pletora di chitarre acustiche, tra bellissimi stacchi e cori .
Con l'incipit de 'La macchina del tempo' si assiste ad un momento musicale irripetibile. Quel breve riff di tastiera iniziale è a mio avviso qualcosa di geniale e indimenticabile. Qui la voce, oltre che sommersa, è pure effettata e il clima è sempre più allucinato. Moog, sospensioni, stacchi, aperture, distorsioni, atonalità, pause acustiche, parti percussive. Poi al culmine di tutto questo, sul più bello, la canzone termina...Solo questo pezzo si mangia il mondo musicale degli ultimi 40 anni. Qui c'è tutto e il contrario di tutto. Immenso.
'Separazione naturale' è infine un breve frammento per moog e voce che non risolve e non conclude nulla ma che lascia un grande interrogativo: da quale paradosso spaziotemporale è potuta uscire questa musica ?

Ci sono opere che si ascoltano con il cuore, altre che si ascoltano con la mente, altre ancora che si ascoltano con il cuore e con la mente. 'Anima latina' si VIVE con tutto il corpo e con tutti i sensi in maniera totalmente coinvolgente e avvolgente.
Lunga vita a questo album quindi, forse il più innovativo di tutta la musica italiana. Ed eterna gratitudine a Lucio Battisti, colui che più di tutti ha osato!

1 commento:

Lo Scrittore Progressivo ha detto...

Dove l'ho già letto...;-) Ciao (e bravo) RS